Parità salariale

La Parità salariale è legge

Sostanzioso passo avanti nella lotta al gender pay gap, ossia la disparità di retribuzione tra uomini e donne. Dopo il passaggio alla Camera lo scorso 13 ottobre, approvato all’unanimità al Senato il ddl sulla parità salariale tra uomo e donna che, dunque, è legge.

Nella consapevolezza piena e fattiva che senza uguaglianza “di fatto” tra donne e uomini non potrà esserci ripresa e non potrà esserci sviluppo sostenibile e innovativo.

Una legge, fortemente voluta dal Partito Democratico, frutto dell’impegno e del confronto costante, attivo e proficuo tra tante donne dentro e fuori il Parlamento, ispirato ai valori che le nostre Madri costituenti, penso in particolare a Nilde Iotti e Tina Anselmi, vollero fossero iscritti nella Costituzione e che ne attua i principi fondamentali.

Con questa legge, infatti, si dà concreta realizzazione all’uguaglianza, di fatto, tra i generi di cui parla l’articolo 3 e alla parità di diritti e di retribuzione tra lavoratrici e lavoratori di cui parla l’articolo 37 che da prima ministra donna del Lavoro Tina Anselmi pose alla base della legge 903 del 1977 “Parità di trattamento tra uomini e donne in materia di lavoro” che all’articolo 2 afferma “La lavoratrice ha diritto alla stessa retribuzione del lavoratore quando le prestazioni richieste siano uguali o di pari valore. I sistemi di classificazione professionale ai fini della determinazione delle retribuzioni debbono adottare criteri comuni per uomini e donne”.

Da sgravi contributivi a certificazione parità, ecco cosa cambia

Premiate le realtà virtuose sul fronte dell’uguaglianza: sarà infatti istituita dal 1° gennaio 2022 la certificazione della parità di genere, se ci si applica per ridurre il divario di genere, in relazione alle opportunità di crescita in azienda, e viene introdotto, sempre il prossimo anno, uno sgravio contributivo dell’1% nel limite di 50.000 euro annui (con una dotazione di 50 milioni complessivi).

Perno della misura, appunto, la “certificazione della parità di genere”: un documento pubblico in cui ogni azienda con oltre 50 dipendenti dovrà riportare con cadenza biennale svariati indicatori sulle sue politiche del personale, da salari e inquadramenti a congedi e reclutamento. L’elenco delle imprese che trasmetteranno il rapporto, e quello di chi non lo trasmetterà, sarà reso pubblico con la previsione di multe fino a 5 mila euro per mancata o fallace comunicazione dei dati.

Ulteriori novità

Inoltre, si estende alle aziende pubbliche la normativa della legge Golfo-Mosca sulle “quote rosa” negli organi collegiali di amministrazione delle società quotate in Borsa.

In linea con i dati dell’Osservatorio sui Conti Pubblici Italiani dell’Università Cattolica, il “gap” tra uomini e donne nello stipendio netto mensile a cinque anni dal conseguimento della laurea è di oltre 500 euro: 1.969 contro 1.403 euro.

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